Il Mago Magin

Il Cervo
Il Mago Magin

Dal libro vero di Alex: “Il Cervo”.
Capitolo “Il mago Magin”.

La Strega del Tempo raccontò la storia del mago ai nostri amici che all’incirca risultò quanto segue.

Magin nacque ad Oscuria, la città dei maghi vendicatori, dove si praticava la magia nera.

Sin da giovane Magin dimostrava di essere molto promettente nelle arti magiche e le sue giornate trascorrevano tranquille finché non conobbe una ragazza mentre si allenava con la sua spada alle porte di un’altra città, dove spesso andava per comprare degli ingredienti per le sue pozioni.

Il nome della ragazza era Chiara.
Una ragazza dai capelli castani e dagli occhi blu.
Magin passò molte giornate con Chiara ma di nascosto perché provare un sentimento come l’amore nella sua città era considerato alto tradimento.
Magin non riusciva a far finta di niente, dentro di lui sentiva una nuova felicità scorrergli nelle vene.
Ogni giorno il solo pensiero che avrebbe incontrato Chiara lo faceva impazzire di gioia.

Capì quanto l’amava quando un giorno, camminando uno davanti all’altra, per un sentiero molto stretto nel Bosco Miracoloso, un rumore improvviso proveniente dai cespugli fece sobbalzare Chiara, che si voltò di colpo e lui guardando i suoi occhi blu grandi e belli in cui traspariva il bene che gli voleva, rimase quasi pietrificato.

Quell’immagine di lei s’impresse nella sua mente e non la dimenticò più.

Purtroppo dei suoi segreti qualcuno ne venne a conoscenza e di conseguenza anche i potenti della città Oscuria, i quali, constatando l’evidente tradimento di Magin, non mostrarono nessuna pietà.
Per prima cosa la sua amata venne spiata e al momento giusto, di notte, lontano da occhi indiscreti fu spinta crudelmente giù da un burrone.

A Magin invece fu inflitta la più severa delle punizioni: “La morte dell’anima”.
Egli fu incatenato in pieno giorno al centro della città di fronte a tutti.
Al calar della notte i maghi più potenti emanarono la maledizione eterna.
Qualsiasi persona per cui Magin avrebbe provato affetto o amore da quel momento in poi doveva respingerlo o scomparire.

“Perché, perché tutto questo? Che razza di esseri siete. Sono stato attratto dalla bellezza degli angeli, é questa la mia colpa? Scambiate l’amore per stupidità. Io non mi pentirò mai! Soffrirò con orgoglio!” Urlò Magin.

Gli stregoni della città senza ascoltare recitarono queste parole:

“La vedrai, non la potrai toccare
La sentirai, non la potrai abbracciare
La vorrai e non la potrai avere
Vorrai baciarla ma lei non te lo permetterà
Vorrai stringerla a te ma lei non ci sarà più“

Nonostante cercasse di reagire, Magin fu maledetto per sempre.
Esiliato dalla città e distrutto dal dolore per la morte della sua amata si rifugiò in una caverna lontano della città.

In seguito lo spirito di Magin lentamente si spense.
Fu sommerso nella solitudine e la voglia di vivere fu schiacciata dalle paure.
Spesso stava ore a ricordare Chiara e le emozioni provate quando stava con lei.
Ricordava quelle giornate in cui lei gli faceva un regalo, una bellissima sorpresa inaspettata e lui, contento, la portava in giro e più lei rideva, più vedeva brillare i suoi occhi e più l’amava.
Ricordava quelle giornate in cui Chiara aveva bisogno di attenzioni e lui, la sua dolce bambina, la riempiva di tenerezze.
Ricordava quelle volte in cui c’era quell’atmosfera nelle passeggiate, quell’atmosfera colma di quella freschezza, quell’ingenua purezza che è impossibile dimenticare e infine quelle volte che restava a parlare con lei, per ore, e si dimenticava del mondo perché il mondo ce l’aveva davanti a sé.

“Vorrei poter sigillare il cuore
Non sentire il bisogno di condividere le cose e di provare emozioni
Mi chiudo a riccio, desolato e stanco di me
Cerco di non pensare alle mie numerose delusioni
Mi dimentico di me e riempio il vuoto con il vuoto
Perso in me ho perso me
Non importa più
Non ci sono più“.

Dopo mesi passati nell’oscurità Magin decise di lasciare la sua caverna partendo per un viaggio in cerca di un rimedio.
Come mago, si migliorò in tutto e imparò le arti magiche di ogni luogo che visitava.
Mischiò la magia nera a quella bianca, verde e così via.
Salvò, grazie alla sua magia, animali e persone in condizioni pericolose.
Diventò famoso per le sue grandi capacità e buon cuore ma anche per il suo essere solitario.
A volte, quando scopriva posti nuovi, si fermava a sognare ad occhi aperti sfruttando dettagli del luogo circostante.
Si soffermava ad immaginare chi, in un’altra vita, avrebbe potuto conoscere, con chi avrebbe passato le giornate su quelle scalette particolari oppure con chi avrebbe giocato a rincorrersi su quel prato o chi gli avrebbe fatto compagnia su quell’altalena.
Si guardava intorno per trovare volti, voci, odori di persone che in qualche modo evocassero in lui un’immagine, una sensazione, un po’ di vita.
Non cercava mai un vero e proprio contatto con gli altri perché sapeva di non poter volere bene a nessuno.
Si era abituato ad essere solo.
Magin sognava ad occhi aperti infinite situazioni mai vissute che sarebbe stato bello vivere.
Un’infinità di luoghi.
Un’infinità di possibilità su come può essere la propria vita.
Un’infinità di persone che si possono incontrare e dalle quali possiamo ricevere infinite emozioni.
Ogni persona nasconde dentro di sé un mondo da scoprire.
Un mondo infinito di sensazioni che Magin andava bramando.

Il mago immaginava, ma cadeva sempre nella consapevolezza della sua eterna solitudine.
Del suo essere diventato ormai un essere incapace di avere contatti normali col mondo esterno.
A volte ascoltava mille canzoni o una canzone mille volte, per racimolare un po’ d’emozioni e per sentirsi vivo.
Per ricordare sensazioni avute nel sonno.
Per non sentire quella pesantezza che fa sentire la puzza della fine.
Per non sentire quell’enorme vuoto dentro di sé.
Per non sentire di non provare più niente.
Passava giornate desiderando di essere altrove, con la certezza che la vita che faceva non gli appartenesse.
Giornate intere trascorse a guardare fisso nel vuoto, destinato alla follia.

“Perché non posso essere come tutti gli altri? ” si chiedeva, ”Tutti gli altri hanno le loro storie, le loro amicizie, la loro vita, perché io no?”

Dopo l’ennesima presa in giro, dopo l’ennesima cattiveria subita ingiustamente, dopo l’ennesima delusione Magin perse il controllo.
Sentì che stava per tramutarsi in un essere demoniaco.
Emanava talmente tanta energia negativa che tutto intorno a lui cominciò a morire.
Il mago in tutta fretta, prima che la rabbia lo accecasse del tutto, materializzò una piccola creatura.
Un essere in cui lasciò scivolare tutto ciò che c’era di buono dentro di sé.
La piccola creatura scappò come soltanto un felino può fare e svanì nel nero.

Istanti dopo, spinto dall’ira, Magin impugnò la sua spada, la Spada dell’Odio Profondo.
Colpì il suo corpo con la lama, si ferì una, due e più volte in più parti del corpo mentre il sangue schizzava via.

“Tutto quello che amo scompare, non scomparirà più niente!”.

Magin iniziò a vagare per il mondo distruggendo tutto ciò che incontrava.
La sua fama cominciò a precederlo e diventò l’essere più temuto.
Dove passava lui c’era solo morte e distruzione.
Si nutriva di dolore e rabbia perché ormai erano le uniche cose che lo facevano sentire vivo.
Non credeva più in niente e nessuno se non nella cattiveria.
Rase al suolo intere città con una furia devastante.
Uccise centinaia di esseri viventi compresi anche tutti i maghi della città di Oscuria.
Distruggendo ciò che lo circondava distruggeva anche se stesso e non gliene importava.
Non c’era modo di fermarlo, di placare la sua ira che più era grande e più lui stesso diventava potente.

E così:
Il finto mostro entrò di nuovo nella camera oscura del suo cervello
Incattivito realizzò che per lui non c’era posto per i sentimenti
La sua bontà lo uccideva
La cattiveria lo rendeva vuoto
La rabbia è ciò che lo riempiva
Nel petto c’era ormai un insignificante sasso al posto del cuore
Non avrebbe più trovato la magia che cercava

“Sei freddo dentro
Rassegnato allo squallore del mondo
Niente e nessuno capisce il tuo sognare
Cinicamente il tuo fuoco viene spento”

E così il condannato alla solitudine tirò fuori le lame taglienti intorno al corpo, formate ognuna da una goccia di dolore per non far avvicinare più nessuno.

“Al diavolo la persona che amo
Al diavolo le persone che odio
Al diavolo tutti
Lasciatemi in pace
Soffrirò finché silenzio notturno cadrà
Non sono fatto per questo mondo”

Il senso profondo di disperazione gli provocava brividi freddi dietro la schiena

Il demone era lì
Solo con la sua spada dell’odio e le lacrime rosse di sangue
Non amava più
Prometteva odio eterno
Perché lui era un angelo e nessuno lo doveva sapere
Nascose il suo cuore fragile
Nessuno lo avrebbe avuto mai