Le spighe sfiorate dal vento

Le Spighe Sfiorate Dal Vento

Dall’ottavo libro immaginario di Alex: “Non ci sono più”.
Capitolo: “Le spighe sfiorate dal vento”.

“Vorrei poter sigillare il cuore
Non sentire il bisogno di condividere le cose e provare emozioni
Mi chiudo a riccio, desolata e stanca di me
Cerco di non pensare alle mie infinite delusioni
Mi dimentico di me e riempio il vuoto con il vuoto
Persa in me ho perso me
Non importa più
Non ci sono più”

Erano queste le parole che Alessia scriveva sul fazzoletto nel bar e poi ordinò un’altra Coca Buton, il liquore a base di coca peruviana ma perfettamente legale come l’assenzio.
Poi ordinò una birra, una qualsiasi e sapeva che miscelando questi due alcolici non avrebbe capito più niente.
Si, aveva deciso di ubriacarsi in un bar dopo l’ennesima abbuffata dal giapponese e dopo che a casa aveva fissato a lungo il buco della sua pistola.

Come suggerito da qualche strizza cervelli di passaggio si mise a scrivere i suoi pensieri.
La sua vita da qualche anno si era concentrata sulla mancanza di qualcosa, di qualcuno che non c’era più.
Dopo aver bevuto l’ultimo sorso di birra fissò il bicchiere ormai finito e pensò “Ecco, tutto quello che amo sparisce nel nulla, persino la birra”.

Gli avevano detto che il tempo l’avrebbe aiutata, che il tempo cicatrizza le ferite, che il passato è come un quadro, più è vicino e più non riesci a vederlo ma se ti allontani allora saprai vedere il quadro nel suo insieme.

Alessia però non riusciva ad attenuare il suo dolore e dopo anni la sofferenza che teneva dentro finì per annoiarla e la fece diventare una persona sterile, a tratti non provava più niente, non sentiva più stimoli, non voleva più delusioni, aveva la morte nel cuore finché non si abituò alla sua solitudine e non sentiva neanche più il desiderio di uscire dal suo stato di apatia.
L’unica cosa che gli era rimasta era il suo lavoro da investigatrice che portava avanti con inerzia.

Il cellulare squillò e lei non rispose, era il suo giorno libero e voleva passarlo come voleva.
Il cellulare squillò ancora e ancora finché non decise di rispondere, era la centrale di polizia che la cercava perché c’era un’emergenza ed avevano bisogno del suo aiuto.
Lo stupratore seriale che stavano cercando da mesi era stato identificato, lei aveva il compito di andare sotto il suo appartamento mentre i suoi colleghi gli davano la caccia nei punti in cui era stato avvistato poche ore prima.
Alessia accettò tra noia e riluttanza, era certa che lo stupratore non l’avrebbe incontrato, da quanto aveva capito egli sapeva di essere stato scoperto e stava cercando di scappare.
Si segnò l’indirizzo e dopo un doppio caffè andò, con molta calma cercando di riprendersi, sotto l’appartamento del ricercato.

L’investigatrice non doveva fare altro che dare un’occhiata in giro e rimanere sotto al portone dello stupratore ma, appesantita dell’alcol com’era, Alessia pensò che se fosse rimasta in macchina ad osservare i movimenti sospetti si sarebbe addormentata così, approfittando di un condomino con le chiavi, entrò nel palazzo.

Conosceva il nome, cognome e l’Interno del criminale e quando si trovò di fronte alla porta della sua casa suonò il campanello.
Nessuno rispose o venne ad aprire.
Con tecniche da ladra l’investigatrice aprì la porta dell’appartamento ed entrò lasciando la porta aperta.

“Mi bevo solo un po’ d’acqua e poi esco” pensò.

Dopo qualche passo si trovò in un grande salone con la luce soffusa al cui interno, vicino le finestre, c’era una scrivania con sopra un computer.
Il terminale era acceso e come sfondo del desktop c’erano delle spighe di grano soffiate dal vento.

“Questo paesaggio, sembra la rappresentazione di come mi sento. Oltre quelle spighe c’è l’infinito. Un’infinità di situazioni, di persone, di sensazioni. Tutto quello che non riesco più a trovare e riesco solo a immaginare, a malapena percepire”.
Pensò Alessia con ancora le porte delle sue emozioni più aperte del normale per via dell’alcool.

Ciò che aveva suscitato in lei quella foto la rese perplessa.
“Possibile che un animo sensibile possa essere un criminale così ignobile?” Si domandò ma poi tornò in sé e ragionò, molto probabilmente la scelta di uno sfondo del desktop ha poco a che fare con la vera natura di una persona e poi poteva essere del tutto casuale.

In alto a destra dello schermo c’era scritto il nome e cognome dell’utente connesso al computer che però non corrispondeva in alcun modo col nome dello stupratore seriale.

Nel dock delle applicazioni c’era anche una finestra ridotta ad icona ed Alessia curiosa ci cliccò sopra per ingrandirla, chiunque era lì fino a qualche tempo prima stava scrivendo su quello che poteva sembrare un diario personale.

“Un desiderio intenso mi assale ogni notte
Mi sveglio di colpo
Agitato, scosso, bramoso
Sento una voglia implacabile che vuole essere soddisfatta
Un bisogno che non riesco ad ignorare

C’è un mostro dentro di me che sbava per la sua prossima vittima
Sottomettere, abusare, colpire

Un’angoscia intensa, straziante
Che porta alla follia
Giace nella mio cuore rendendomi insonne
Inarrestabile, brutale, selvaggio
Lanciato verso il godimento vivo dei sensi

Qualsiasi sia la tua dolcezza o fragilità
Il tuo fascino, la tua delicatezza
Io voglio possederla, disonorarla, goderla, deturparla

Ascoltare le tue grida di dolore e piacere
Guardare i tuoi occhi mentre ti consumo”

Un botto forte fece sobbalzare Alessia, era la porta d’ingresso, si chiuse improvvisamente.